Primo piano

Visione d’Insieme

I rischi della ricerca analitica: il caso di Berberis vulgaris

AnticoLaboratorioNello studio delle attività biologiche e farmacologiche delle piante, la tendenza corrente punta l’attenzione sulla stretta verifica sperimentale, prima in laboratorio su modelli animali, poi sull’uomo, per provare le evidenze terapeutiche. Si valuta una proprietà alla volta, cercando di individuare i meccanismi biochimici coinvolti, si misurano le intensità d’azione e si controlla l’apparire di effetti collaterali, di interazioni con altri farmaci e quindi di controindicazioni.

Virtù trascurate

La storia sociale di una pianta, il suo portato tradizionale e le osservazioni empiriche sedimentate sono viste come pedana di partenza per costruire congetture da vagliare sperimentalmente. Delineata l’ipotesi, le stratificazioni di conoscenza vengono abbandonate, se va bene, alle cure degli umanisti (storici, antropologi, etnologi, quasi mai i poeti), con lo scarso valore che a tali cure vengono attribuite. Accade così che, paradossalmente, a una pianta con una ricca e complessa tradizione di usi diversi venga oggi attribuita un’unica virtù, la sola su cui si è indagato approfonditamente, e che tutto il resto si perda come non esistesse. Si focalizza l’attenzione su un principio attivo e sul suo ruolo biochimico, mentre la costellazione di altri componenti, ciascuno dotato di proprietà altrettanto nobili, viene trascurata e messa in un angolo. Anzi, capita spesso che la si veda come impaccio. Come frequentemente accade, per illuminare un elemento si perde di vista complessità e memoria.

Un bell’esempio

Berberis_vulgarisQuando si presentano nuovi macerati di pianta fresca si ha invece ben chiaro il fine che ci si propone, contribuire cioè a portare alla luce il giusto impasto di tradizione erboristica, di clinica empirica riaggiornata e di ricerca scientifica. Un esempio può forse servire. In Europa, l’uso del Crespino (Berberis vulgaris L.) fu incorporato dalla dottrina delle signature in ragione del colore giallo della parte interna della corteccia delle sue radici, che ne indicava il pregio come rimedio per i mali del fegato e della cistifellea. Per analogia con la causalità epatica delle malattie febbrili e infiammatorie, si estendevano le proprietà delle radici alla cura delle febbri intermittenti (malaria) e acute, alle infezioni urinarie e intestinali. Nel secolo scorso l’interesse si puntò quasi esclusivamente su un singolo principio attivo del fitocomplesso, la berberina, e sulle sue attività antibatteriche,  antiparassitarie, antinfiammatorie e antiaritmiche. A causa di questa prevalente focalizzazione sulla berberina e su sostanze ad essa analoghe, si perdevano di vista le tracce della complessità della pianta lasciate nella storia umana.

La Madre rivela

La rilettura attenta delle ricerche pubblicate, invece, mostra che molte delle attività riscontrate sono coerenti con le caratteristiche del fitocomplesso di Berberis vulgaris, ottenibile per estrazione nella preparazione della Tintura Madre. Il quadro che se ne può desumere è quello di un regolatore funzionale dell’attività epatobiliare e renale in condizioni di stasi da stress provocato da agenti infettivi o infiammatori. È chiaro che la regolazione indotta da Berberis vulgaris si riflette sulle condizioni di apparati che sono fisiologicamente in connessione con le mansioni di drenaggio del fegato, della cistifellea e dei reni, come la pelle e il sistema immunitario. Possiamo osservare evidenze analoghe anche ripercorrendo la storia di altre piante, che nel corso del tempo sembravano aver perso di interesse, se non a titolo etnobotanico. Il loro recupero razionale, non avulso dalla tradizione, può restituirci strumenti utili e flessibili.